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Liberto scese dal treno esausto. Il piede vacillò incontrando il selciato. Anche le braccia tremavano. Nove ore sopra a quella specie di carro bestiame zeppo di soldati erano state una tortura.
La stazione era uno spezzone, solo una parte dell'ampio edificio che conservava nella memoria. Abbassò lo sguardo: quel posto pieno di persone di passaggio, sconosciuti, stranieri ma solo per pochi minuti, gli era sempre piaciuto.
Terni sembrava un'unica grande voragine scavata da una bomba gigantesca. I rari edifici ancora in piedi facevano pensare ai denti superstiti di una bocca sdentata.
S'incamminò, appenato, lungo quello che rimaneva del viale che collegava la stazione al centro. Man mano che andava scoprendo le ferite subite dalla sua città, sentiva crescere dentro di sé un sentimento che un anno di trincea e due di prigionia gli avevano imposto di dimenticare: la compassione.
Immaginava il terrore, l'orrore che i suoi concittadini avevano provato. La loro incredulità, la loro paura. La conosceva bene, lui, la paura. Ne aveva ancora il sapore in bocca.
Gli sembrava che quelle rovine gli parlassero, che quei mozziconi di case e palazzi conservassero nei loro mattoni anneriti l'eco delle grida di terrore di chi le abitava. Come se si muovessero delle ombre, come se balenassero istantanee di persone avvolte dal fumo che cercano una via di salvezza. Sentiva le loro imprecazioni, le loro richieste disperate di aiuto.
Il corso principale della città gli si presentò in tutta la sua desolazione. Un campo di battaglia, non più la via piena di negozi e di vita che ricordava. Ogni pochi passi, scopriva nuove voragini, buche. I palazzi ridotti in macerie o scheletriti dalle fiamme.
Gli scese una lacrima sulla guancia che asciugò subito con il dorso della mano. Si era ripromesso di non versare più una lacrima a causa di quella guerra sanguinaria. Era la sua vendetta. Piccola, insignificante, ma pur sempre una vendetta.
Gli anni di prigionia in Africa, sotto gli inglesi, erano stati duri, soprattutto a livello mentale. Molti suoi compagni di prigionia erano impazziti e altri si erano tolti la vita. Lui aveva resistito dandosi delle regole, seguendo delle routine, imponendosi privazioni. In un mondo impazzito, lui si era salvato con la ragione.
Valeria, invece, si era salvata con l'amore. Sentiva che il suo Mario sarebbe tornato dal fronte e lo aspettava scrivendogli una lettera al giorno. Una sorta di diario epistolare che epistolare non poteva essere, perché Mario non era raggiungibile ad alcun indirizzo. Gliele avrebbe messe in mano non appena fosse tornato, e gli avrebbe detto che in quei fogli di carta c'era ognuno dei suoi giorni senza di lui.
Immaginava che lui le avrebbe lette centellinandole: una al giorno, la stessa unità di tempo con cui lei le aveva scritte.
Dava a quei suoi pensieri affidati alla penna un'importanza vitale, quasi maniacale, ma proprio questo le aveva consentito di attraversare quei lunghi anni di dolore e paura senza cedere alla disperazione.
Firmò come sempre la lettera che aveva appena finito di scrivere. La piegò in tre, la infilò nella busta e la ripose nell'ultimo cassetto del comò. Ormai non sapeva più dove metterle. Erano sparse in tutta la casa e le più vecchie le aveva dovute sistemare addirittura in cantina.
Era sola, adesso, in quella grande casa che una volta pullulava di vita. Aveva perso tutti i suoi familiari. Chi per malattia, chi in guerra, chi sotto le bombe, se ne erano andati tutti.
Liberto stentava a orientarsi in quel cumulo di macerie. Non riconosceva le strade, le piazze, ma alla fine trovò la sua casa natia. Era rimasto in piedi solo l'ingresso, il portone e il numero civico.
Restò a guardare la beffarda reliquia come se si aspettasse da essa le risposte alle sue domande. Erano morti tutti? Si erano messi in salvo sulle montagne? Sapeva che dopo il primo bombardamento tantissimi ternani erano sfollati, e ancora altri lo avevano fatto dopo il secondo e il terzo.
Una donna anziana gli si avvicinò.
“Ma tu sei Liberto, giusto?”
“Sì, sono io, signora Leonelli, che piacere vederla!”
“Anch'io sono contenta di vederti vivo, povero figlio mio...”
A Liberto si gelò il sangue. Quelle ultime tre parole dicevano tutto.
Vide in successione il volto della sua sorellina, quello della madre, quello di suo padre, e si sentì solo come mai si era sentito prima. Solo e stanco.
“I miei sono morti qui sotto?” disse quasi senza accorgersene.
La signora Leonelli sembrò sollevata.
“Sì, figlio mio... speravo che già lo sapessi...”
“Lo scopro adesso... comunque grazie, signora Leonelli, le auguro tutto il meglio. Devo andare, adesso.”
Sì, doveva andare a nascondersi per piangere tutte le lacrime che non aveva pianto. Si accucciò dietro lo spezzone di un muro maestro dell'ospedale e lasciò uscire il fiume in piena del suo dolore. Doveva farlo se non voleva affogarci dentro. Aveva ancora un compito da portare a termine. Una promessa fatta a un suo commilitone e concittadino poco prima che se lo portasse via la malaria. Cercò l'indirizzo che si era appuntato dietro la foto che gli aveva messo in mano: il ritratto della sua fidanzata. L'aveva guardata spesso negli ultimi mesi, quella fotografia.
Il sorriso della fidanzata del suo commilitone lo confortava. E, sebbene la sua missione fosse gravosa, attendeva quell'incontro con trepidazione. Lui non ce l'aveva mai avuta una fidanzata, non aveva fatto in tempo: era stato arruolato al compimento dei diciott'anni. Era il più giovane della Compagnia.
Valeria era intenta a stendere i panni in terrazza, quando scorse quel soldato che si guardava intorno smarrito. Il cuore le balzò in gola. Guardò meglio: non era Mario, o almeno non lo sembrava. Si disse che tre anni di guerra di sicuro lo cambiano, un uomo. Lo piegano. E quel soldato era curvo su se stesso, come un animale braccato.
Il campanello suonò dopo anni di silenzio. Corse alla porta come quando, la sera, tornava suo padre dal lavoro.
Aprì l'uscio e si affacciò sulla tromba delle scale.
Del soldato vedeva solo una mano e sentiva solo il rumore dei suoi scarponi sul marmo, ma dentro di sé cresceva la speranza a ogni gradino che saliva.
Liberto era emozionato: stava per incontrare quel sorriso che sognava ogni notte da tre mesi.
Quando la vide sul pianerottolo che lo aspettava, gli tremarono le gambe: era più bella del suo ritratto, molto più bella. Lei lo guardò e lui si sentì pervaso da una gioia incontenibile.
Valeria se ne accorse e non ebbe più dubbi: quell'uomo, chiunque fosse, la amava.